02/12/2004
Nick Cave: se te ne vai, muoio
C'è un musicista inglese che in questi mesi sta girando il mondo per presentare il suo nuovo lavoro. Si chiama Nick Cave, l'album Abattoir blues/The lyre of Orpheus (è un doppio). A Firenze, la seconda e ultima data del tour italiano, c'ero anch'io tra il pubblico del Sashall, in piedi, accanto al mixer. Un appuntamento irrinunciabile. Quando lo ascolto mi capita spesso di pensare a quello che ha detto qualche tempo fa Paul Weller: "Un musicista rock dà il meglio di sè fino ai 25, 30 anni massimo. Poi può solo ripetere sè stesso". Affermazione incompleta perchè non specifica se questo riguarda anche la sua musica - oltre a possedere un sospetto odore di giustificazione. Di sicuro, non riguarda Nick Cave.
Ritengo che le cose più belle le abbia scritte in questi ultimi dieci anni- oggi ne ha 47. Mentre lo vedo saltellare sul palco con la caratteristica postura: schiena indietro, braccia larghe e quelle gambe magre che lo fanno somigliare a un fenicottero scuro, penso che abbia saputo ridefinire la propria realtà estetica in un nuovo modello etico, prima che fosse troppo tardi. La realtà è che i suoi ultimi dischi non si possono definire soltanto rock. C'è qualcos'altro, c'è di più. I tre simboli che caratterizzano la sua arte sono sempre quelli: Amore, Dio, Morte; il simbolismo religioso non lo ha mai abbandonato ma oggi ha assunto un tono meno apocalittico e più elegiaco. "E' un elegante psicopatico" ha commentato la persona che era con me e credo che l'aggettivo non si riferisse solo all'abbigliamento. E la sua follia è confluita in canali meno ossessivi e decisamente più controllati. E' concentrato, sobrio, attento. I Bad Seeds, vestiti da Bad Seeds, cioè splendidi dandy 50enni, lo seguono con dedizione - del resto non riesco a concepire un lavoro di Nick Cave senza quella gente intorno (Ok, volete sapere se si è avvertita l'assenza di Blixa Bargeld? Il suo fantasma è scomparso dopo Let the bell rings, ed era la terza canzone: poi non l'ho più visto). A guidare il gruppo c'è Warren Ellis al violino: suona con le spalle al pubblico, si accartoccia sullo strumento quando la band esplode nel caos sonoro deformato dall'acustica infame della sala, sottolinea i momenti più pacati, chiama la chiusura dei brani. In quella situazione si sentono poco le parole, ed è un peccato, perchè nell'ultimo lavoro ci sono testi splendidi. C'è una strofa stupenda dentro There she goes, my beautiful world, che fa mescolare il sangue a ogni appassionato rock:" St John The Cross did his best stuff imprisoned in a box/And Johnny Thunders was half alive when he wrote Chinese Rock". Del resto cosa dire di un musicista che a metà anni '90 se n'è uscito con un disco sulle Murder Ballads, storie leggendarie di assassini altrettanto leggendari? Conosce qualcosa di più lontano dalla moda? Durante lo spettacolo c'è stato un momento di grazia assoluta, di sospensione temporale - diciamo non più di cinque secondi - durante l'esecuzione di God is in the house: Cave al piano si mette a sussurrare nel microfono, il gruppo è fermo, immobile. Anche il pubblico tace. Per qualche secondo c'è stata una comunione perfetta tra il palco e quello che c'è davanti, poi il solito idiota ha urlato "Yeah, grande!" e gli altri tremila "Shhhhh" ma la magia era già svanita. L'ultimo disco ha anche un sapore gospel, per questo c'erano quattro coristi (tre girls e un boy), probabilmente bravi ma annegati anche loro in una acustica che grida vendetta. In teatro questo concerto troverebbe la collocazione ideale, soprattuto per apprezzarne la fisicità: è una musica fatta anche e soprattutto di sangue, muscoli, sesso.
Sì, credo abbia torto, Paul Weller. Ci sono musicisti che sanno ridefinire la propria musica, spostarne i confini più avanti. Ci vuole talento, cultura (anche e soprattutto non musicale), curiosità e mestiere - e uno di 50 anni ha più esperienza di uno di venti, musicale e naturalmente di vita. Non tutti ci riescono. Un esempio positivo in Italia: Ivano Fossati. Un esempio negativo: Venditti. Per questi motivi Fossati non potrà mai fare un disco brutto: perchè il gusto (l'estetica è la madre dell'etica ha scritto Brodskji), la cultura, il mestiere arrivano in soccorso quando l'ispirazione ha la batteria scarica. Per questo, a 50 anni, è ancora capace di scrivere canzoni come C'è tempo o Il bacio sulla bocca. Per gli stessi contrari motivi Venditti continuerà a fare dischi di merda. Se ancora non lo avete fatto, cercate di procurarvi Abattoir blues/The lyre of Orpheus. Se non altro per soddisfare la curiosità: cos'è che spinge un musicista inglese a scrivere, nel 2004, una manciata di canzoni sul mito di Orfeo e Euridice? Che pigroni: va bene, ve lo dico io. Perchè quel mito, come tutti i miti, ha in sè l'universalità. E' una storia d'amore, no? Che si riassume nella frase: se te ne vai, muoio. Non ci siete mai passati? Bugiardi!

